Rachel Kolly d'Alba

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- 01. SEP 2012, « Amadeus »,

«quest’anno le ha portato molti riconoscimenti di pubblico e di critica – su tutti l’International Classical Music Award»

Il concerto per violino di Szymanowski non è esattamente un classico della letteratura violinistica. Per questo racconta qualcosa della personalità di Rachel Kolly d’Alba, che lo ha scelto per presentarsi al pubblico italiano all’Auditorium di Milano lo scorso febbraio. Sul podio c’era John Axelrod, con cui la giovane violinista svizzera ha inciso parte del disco French Impressions, che quest’anno le ha portato molti riconoscimenti di pubblico e di critica – su tutti l’International Classical Music Award – e con cui ha registrato American Serenade, omaggio a Leonard Bernstein in uscita a ottobre (cfr. box). Spesso si pone l’accento sul contrasto tra l’immagine carismatica con tratti “dark” di Rachel Kolly d’Alba, e la sua vita appartata sul lago di Ginevra, senza televisione e distrazioni. Al di là di queste ovvie semplificazioni, non si può non riconoscere che il percorso musicale dell’ex enfante prodige sia atipico, imperniato su un repertorio coerente e, almeno per ora, lontano dai classici del virtuosismo. Da qui siamo partiti nel tratteggiare un suo ritratto.

«Non mi affascina il mito del bambino prodigio: per me sapere che tra dieci anni sarò più matura significa pensare che potrò affrontare un repertorio per cui ora non sono pronta. Se oggi mi proponessero di registrare le sonate di Beethoven, rifiuterei. Essere pronta per me vuol dire immergermi nel lavoro di un compositore, studiarlo a fondo, avere letto e ascoltato tutto il possibile. Appartengo a una generazione per cui è normale avere un sito web e comunicare con Twitter; allo stesso tempo però sono innamorata di grandi personalità della fine del XIX secolo, compositori, interpreti, intellettuali come George Enescu o Eugène Ysaÿe, che ebbero il tempo di andare a fondo nella loro ricerca artistica. Di conseguenza qualche volta mi sento “all’antica” nel dedicarmi a loro».

Ysaÿe torna con regolarità nella sua produzione: alle sue sonate per violino solo è dedicato il disco Passion Ysaÿe (cfr. box); in French Impressions affianca al terzo Concerto per violino di Saint-Saëns e a pagine di Chausson e Ravel, due perle del compositore belga. Da cosa nasce questo interesse per l’impressionismo?

«C’è sempre differenza tra le cose che ami e quelle che suoni bene. Il mio vero amore è per il tardo romanticismo austro-tedesco: a volte mi frustra che Mahler, Wagner o Bruckner non abbiano scritto praticamente nulla per il violino. Tuttavia fin da quando avevo tredici anni ho avvertito nella musica francese un senso di esplorazione dei colori musicali. La cosa che mi appassionava di più durante la mia formazione erano i differenti tipi di vibrato: gradualmente scoprii che nella musica di Debussy o di Fauré avevo modo di approfondire questi aspetti. Non avevo l’impressione di trovare note, bensì luce attraverso finestre colorate; più tardi ebbi la stessa sensazione con Messiaen: non è armonia, è blu, rosso... Così, quando scoprii il balletto Les biches di Poulenc, avvertii che si apriva un mondo fatto di momenti toccanti e atmosfere cangianti. Per me è come nuotare in un fluido in cui sto bene. La prima opera di Ysaÿe che suonai quattordicenne non fu la terza sonata, la famosa Ballade, ma la quinta, molto più rarefatta e impressionista, dove non ci sono vere melodie ma episodi in continuo movimento. Il repentino cambio di carattere di questa musica mi pone sempre in una condizione di scoperta, anche ora che la conosco bene».

I suoi dischi sembrano espressione di un progetto di ricerca meditato in ogni dettaglio, a partire dalle note di copertina che scrive di suo pugno.

«Non mi è mai interessato mettermi in mostra, semmai essere in grado di aggiungere qualcosa alla conoscenza di un compositore. Nel caso di Ysaÿe mi sono appassionata, oltre che alle sue opere, alla sua vita, studiando i suoi manoscritti e la sua corrispondenza: da qui la mia scelta di dedicargli un disco».

Dobbiamo quindi supporre che il salto apparentemente brusco alla musica americana, con il nuovo disco in uscita, sia motivato da una qualche ragione profonda, oltre che dalla collaborazione con un allievo di Bernstein, quale è Axelrod.

«Quando incontrai Axelrod per la prima volta cinque anni fa, la nostra conversazione verté proprio su Bernstein: gli chiesi come mai un brano così profondo e interessante come la Serenata fosse poco eseguito. Fu lì che pensai che registrare quell’opera con lui avrebbe avuto un senso particolare. Così come ho voluto conoscere gli eredi di Ysaÿe, è stato fondamentale incontrare Axelrod per capire meglio Bernstein. Ho l’impressione che la musica americana sia sottovalutata, associata a un concetto semplificato di popolare; ma io avverto in Gershwin e nello stesso Bernstein una certa continuità con il repertorio francese di cui abbiamo parlato, in termini di libertà d’immaginazione».

Ha avuto una carriera che è eufemistico definire precoce. A 12 anni ha debuttato come solista e si è diplomata a soli 15 anni. Che cosa l’ha avvicinata al violino?

Non provengo da una famiglia di musicisti, sebbene la musica non fosse assente da casa. Mio padre è giornalista, mia madre aveva studiato musicologia, le mie due sorelle suonavano il pianoforte, strumento che però non mi interessava granché. Un giorno mi portarono al mio primo concerto e io rilasciai la mia prima intervista a mio padre, avevo un anno e mezzo! Gli chiesi dove fosse il violino a casa. I miei genitori lì per lì non capirono, ma io continuai a chiedere imperterrita finché a cinque anni ricevetti il primo violino. Quindi, in un certo senso, scelsi ancor prima di decidere. Solo a nove o dieci anni divenne chiaro che avrei intrapreso una carriera professionistica. Tutto quello che volevo fare era saltare la scuola (ride), e dunque i miei genitori sulle prime non furono del tutto favorevoli alle mie ambizioni. Ma mi ritengo molto fortunata, perché fecero una cosa molto intelligente: mi portarono al conservatorio, dove chiesero se davvero avessi talento tale da abbandonare la scuola e dedicarmi alla musica. Lì studiai per il diploma con persone molto più vecchie di me e fui circondata da tanta cura.

Lei è anche compositrice…

Sì ma ora scrivo solo parole, non musica (ride).

Che rapporto ha con la musica contemporanea?

Dai 15 ai 21 anni ho fatto parte di un ensemble con cui ne ho suonata molta. Affrontare Lutoslawski, Penderecki o Ligeti, i miei favoriti, per me significa misurarmi con i limiti dello strumento, quindi con i miei. Ciò che invece mi interessa nella musica ancor più recente è il fatto che, da interprete, ho la possibilità di porre l’ascoltatore di fronte a qualcosa di completamente nuovo, a cui dovrà reagire senza alcuna mediazione, perché di norma non sa cosa aspettarsi, non conosce le “regole” e non ha modelli.

Che significato dà alla parola interpretazione?

Sono affascinata da molti musicisti degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, non necessariamente violinisti, perché quando ascolto i loro dischi mi danno l’impressione di possedere una propria voce inconfondibile. Uno dei più importanti insegnamenti che ho ricevuto è che, se per studiare un brano possono volerci poche settimane, per trovare in esso la propria voce occorrono anni. Ho sempre lavorato alla ricerca della mia voce, non so se ci sono già riuscita, ma di sicuro continuerò per questa strada.








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