Rachel Kolly d'Alba

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- 2 APR. 2013, published in « GBOpera.it » by Michele Curnis
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Serenade è articolato in cinque movimenti, ognuno intitolato a uno o a due interlocutori del Simposio: complessivamente, un dialogo musicale sull’amore ispirato alla polifonia del testo greco (ma senza un programma di adesione filologica o letterale, come il compositore stesso volle precisare).

È interessante notare come nel 1954 Bernstein impostasse una composizione sinfonica di musica “a programma” centrata sullo strumento solista del violino: esso è la voce che collega i diversi movimenti, che porge coesione a concezioni musicali molto diverse tra loro, in quanto riflesso di diverse concezioni dell’amore. In abito lungo accollato e risplendente nelle decorazioni a rombo fa il suo ingresso la giovane violinista Rachel Kolly d’Alba, per la prima volta ospite presso l’OSN RAI, imbracciando uno Stradivari del 1732, per eseguire il pezzo più interessante del concerto (anche per la sua rarità di ascolto: alla RAI di Torino Serenade mancava dal 1991).

A partire dal I° movimento Phaedrus, Pausanias (Lento – Allegro) la violinista rivela un tratto costante della sua interpretazione come la duttilità, in particolare nella misura dell’intensità e delle sonorità, ora attenuate ora incisive ora marcate nel forte; in effetti la cifra della composizione sembra consistere nel continuo fluttuare dei piani e dei livelli sonori. Il I° e il II° movimento, Aristophanes (Allegretto), sono i più intellettualistici dell’opera, quelli in cui il violino non completa mai alcuna frase propriamente melodica, ma accenna continuamente frammenti e analogie, con toni molto dolci o comunque pacati (lo stesso vale per gli altri strumenti, in particolare l’arpa di Margherita Bassani).
Il III°, Eryximachus (Presto – Fugato), è invece di ritmo forsennato, tutto giocato sulla rapidità, sui ritmi delle percussioni (xilofono in primo piano) e sulle acrobazie del violino, in una specie di passacaglia impazzita che poi si trasforma in fuga.
Nella IVa sezione, Agathon (Adagio), cala un’atmosfera di mistero in cui il violino trattiene le risoluzioni di una melodia enigmatica e sfuggente: è il momento più drammatico dell’opera, perché mentre il timpano rulla convulsamente insieme ai tremuli degli archi, il violino non si scompone mai, seguitando imperterrito un periodare fluente, proprio come il discorso di un dialogante platonico. Al di là del contenuto, sembra che la trama degli intercalari, dei connettivi, dei nessi di ragionamento – sempre così abbondanti nella prosa platonica – si trasfonda nella voce del violino e nei suoi lunghissimi periodi, di cui intere frasi sono più volte ripetute e soggette alla tecnica della variazione.
Anche l’ultimo movimento, Socrates, Alcibiades (Molto tenuto – Adagio – Allegro molto vivace), inizia con la congiunzione di percussioni (campane tubolari) e archi (sempre impegnati in leggeri tremuli): è un preambolo orchestrale che immette a uno straordinario dialogo tra violino solista e violoncello (Pierpaolo Toso), di atmosfera britteniana. Il nervosismo delle percussioni avverte però che non si tratta di un dialogo armonioso, perché a confrontarsi sull’amore, direttamente interessati da aspetti diversi del pathos, sono Socrate e Alcibiade; ma pare sempre essere il violino l’affidatario ora della pacatezza socratica ora dell’irruenza giovanile, anche violenta, di Alcibiade, con climi da spedizione di guerra in Sicilia (cui contribuiscono timpano, tamburo e xilofono martellante). Invano il violino tenta contrastare con blande frasi iterate (il metodo maieutico della persuasione argomentata; martellante anch’essa, ma di ben altra allure), prima di un finale ricco di colori e senz’altro divertente: l’esuberanza di Alcibiade prevale, e ricorda l’esuberanza e la vitalità dello stesso Bernstein.

Molto festeggiata dal pubblico, Rachel Kolly d’Alba regala un bis virtuosistico ed evocatore come L’aurora, dalla Sonata n. 5 di Eugène Ysaÿe, un autore sempre molto frequentato dai concertisti e apprezzato dagli ascoltatori.



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